V Domenica di Quaresima (commento)

Per la terza domenica di fila, la liturgia ci mette davanti a testi molto lunghi e articolati.

Questa settimana l’episodio è quello – famosissimo – di Lazzaro, uno dei tre miracoli di “risurrezione” raccontati dai vangeli (gli altri due sono quello della figlia di Giairo – Mc 5,21-43, Mt 9,1826, Lc 8,40-49 – e quello del figlio della vedova di Nain – Lc 7,11-17).

Metto risurrezione tra virgolette perché sarebbe meglio dire che Gesù, in questi tre miracoli, più che risuscitare (nel senso che è proprio della sua risurrezione, cioè entrare in una vita nuova, che non muore più, una vita eterna), riporta in vita le persone in questione (che dunque, poi, moriranno di nuovo).

Non è su questo però che vorrei soffermarmi, anche se non posso omettere una riflessione: il senso di questi gesti di Gesù, come sempre, è quello di rivelare il vero volto di Dio, che è quello di colui che libera le persone dal male, anche dal male più radicale, cioè la morte.

Ciò su cui vorrei però fermassimo l’attenzione è una parte dei dialoghi – bellissimi – che si svolgono in questa vicenda.

Dopo aver ricevuto notizia della morte di Lazzaro e aver deciso di aspettare due giorni prima di dirigersi a Betania, Gesù, quattro giorni dopo che l’amico era deceduto, arriva da Marta e Maria.

È Marta la prima a parlare con lui, poi – avvisata dalla sorella – va anche Maria. Entrambe esordiscono con la stessa frase, anche se l’andamento del dialogo è diverso per ciascuna.

In particolare, parlando con Maria, ad un certo punto Gesù chiede: «Dove lo avete posto?» e Maria risponde: «Signore, vieni e vedi».

Questo “vieni e vedi”, per chi ha un po’ di dimestichezza col vangelo di Giovanni, non è un’espressione nuova. Sia al singolare che al plurale (“Venite e vedete”) era già stata usata in diverse occasioni.

La prima e più famosa, in Gv 1,39, quando due discepoli di Giovanni Battista, avendogli sentito dire, indicando proprio Gesù, «Ecco l’agnello di Dio!», avevano seguito quel Rabbi, sentendosi domandare «Che cercate?». Avendogli a loro volta chiesto «Maestro, dove dimori?», avevano avuto in risposta proprio «Venite e vedete».

«Vieni e vedi» è anche quanto il giorno seguente Filippo aveva detto a Natanaele, che all’annuncio «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret», aveva risposto: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». E Filippo gli aveva detto «Vieni e vedi».

Anche la samaritana, di cui abbiamo letto due settimane fa, dopo l’incontro con Gesù, va dai suoi compaesani e dice: «Venite e vedete».

In tutto il vangelo è dunque Gesù quello da cui andare, quello da vedere. L’evangelista vuole che guardiamo a lui e che in lui scorgiamo il volto del Padre.

Nel testo di oggi invece è Gesù che deve andare e vedere.

Deve andare e vedere Lazzaro, l’amico morto, la sua tomba.

Nel vangelo Gesù prende per mano l’uomo e lo porta a vedere Dio. L’uomo prende per mano Gesù e lo porta a vedere la morte. Lo strazio. Quello che si fa vedere solo ai più intimi, a volte a nessuno.

E Gesù è delicatissimo, si commuove profondamente, scoppia in pianto.

Questa è la vita di chi lo incontra: farsi prendere per mano e lasciarsi portare a vedere Dio. Prenderlo per mano e portarlo a vedere il nostro dolore.

Piangere insieme, come si può fare solo tra intimi, riprendendo così vita.

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