VI domenica di pasqua

Il vangelo di due settimane fa si concludeva con la frase: «Io e il Padre siamo una cosa sola».

Il testo di oggi ripresenta la medesima relazione di profonda intimità: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui»; «la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato»; «lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»; «Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me».

C’è dunque tra Gesù e il Padre (nello spirito santo) una comunione così intrinseca che l’evangelista Giovanni li definisce “una cosa sola”.

Non è una gran novità, verrà da dire a qualcuno, visto che fin da piccoli ci hanno spiegato il mistero della trinità, del Dio trino e uno, ecc…

Ma forse, prendendo le cose da un altro versante, il tutto ci apparirà sotto una luce diversa.

Se infatti ci stacchiamo dalle parole dei dogmi e delle definizioni imparate a memoria sul catechismo, non mi pare poi così vero che nella nostra cultura cattolica sia evidente che Gesù e il Padre sono una cosa sola, che insieme prendono dimora in noi, che le parole di Gesù sono le parole del Padre, ecc…

A me sembra anzi che nella nostra mente l’idea di Gesù e l’idea del Padre siano molto diverse: se, da un lato, siamo piuttosto ben disposti ad ammettere, con gli Atti degli apostoli, che Gesù «passò beneficando e risanando tutti» (At 10,38), dall’altro non ci viene così spontaneo pensare ad un Dio solo buono.

Anzi, credo che in qualche angolino della nostra mente resti ben radicata l’idea che, anche se Gesù ha rivelato il volto amorevole di Dio, quest’ultimo però conservi poi anche un lato oscuro.

Gesù ha accolto i bambini (che allora non erano nemmeno considerati pienamente persone), ha interloquito alla pari con le donne (in una società in cui la donna era poco più che un oggetto di proprietà maschile), si è accompagnato con gli emarginati (cioè con tutti quelli la cui esclusione era giustificata con la maledizione di Dio: malati, disagiati, poveri, samaritani, pagani, ecc…), ha amato e perdonato i peccatori (prima che si pentissero, anzi, proprio in vista del fatto che – sapendosi amati – ripartissero per una vita nuova).

Ma, appunto, questo è Gesù.

Certo, così facendo, lui aveva la pretesa di mostrare un volto di Dio inedito rispetto a quello che l’umanità fino a quel momento era riuscita ad immaginare. Un volto di Dio uguale al suo volto di uomo («Io e il Padre siamo una cosa sola»). O – viceversa – voleva mostrare che il suo volto di uomo era uguale al volto del Padre («la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato»).

Ma gli uomini – e pure tutti noi – in un posticino del nostro cuore continuiamo a pensare che non sia così: che Gesù e il Padre non siano una cosa sola, che le parole di Gesù non siano le parole del Padre. Continuiamo a pensare che Dio sia un’altra cosa rispetto a Gesù (un Dio giudice, che ripaga con premi e punizioni a seconda del comportamento), continuiamo a pensare che le parole che ha detto Gesù non siano le parole definitive che eternamente (cioè da sempre e per sempre) dice il Padre. Anzi, pensiamo che Gesù sia “il bel discorso” che il Padre ha fatto agli uomini, per persuaderli a credere in lui: cioè una specie di strategia di marketing del Padre per accaparrarsi adepti; una strategia in cui avrebbe mostrato il lato migliore della merce (cioè se stesso), nascondendo i lati oscuri. Pensiamo altresì che Gesù sia “il discorso definitivo” che il Padre ha fatto agli uomini, intendendo con “definitivo” non “decisivo”, ma “ultimo”, nel senso di “ultima chance”: come se Gesù fosse l’ultima occasione dataci da Dio per convertirci a lui (non a caso, sempre in quell’angolino del nostro cervello, pensiamo che chi è vissuto prima di Gesù o era a lui contemporaneo verrà trattato meno duramente di noi, che invece avremmo avuto tutto il necessario per essere suoi devoti seguaci).

Ma se è così, è il caso di preoccuparsi: a dogmi e col catechismo andavamo bene (chi mette in discussione la Trinità?), ma a vangelo siam proprio scarsi («Io e il Padre siamo una cosa sola», dice il testo, ma noi non ci crediamo).

Varrebbe forse allora la pena tornare a riverificare la nostra fede sul vangelo.

Letture:

Dagli Atti degli Apostoli (At 15,1-2.22-29)

In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 21,10-14.22-23)

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,23-29)

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

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